Perchè a volte l’arte la facciamo noi!

No, non “noi” nel senso di me, che con l’arte ho decisamente poco a che spartire se non da spettatrice, ma “noi” come persone, comunità, appassionati.
Nel caso specifico parlo della fantastica esperienza del Teatro Sociale di Gualtieri (RE) che alcuni anni fa (il 2006 per la precisione) fu preso in carico da un gruppo di neolaureati appassionati di teatro che avevano un obiettivo: riportare alla fruibilità uno spazio in disuso da 20 anni.
Il Teatro è antico, sorto fra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 ad uso, come era costume, dei signori del paese, i Bentivoglio.
Nel ‘900 divenne luogo per feste (celebri i carnevali e i veglioni di fine anno), teatro e soprattutto cinema.
Quei cinema di paese dove i film arrivano magari con mesi e mesi di ritardo, ma arrivano sempre.
Quei cinema dove la domenica dopo la messa si davano le rassegne di cartoni animati o film per bambini e ragazzi.
Poi il tracollo finanziario dei gestori, il disinteresse delle amministrazioni, lo sdegno immobile della popolazione che non sapeva come fare a riavere uno dei suoi punti di riferimento, ma che non sapeva trovare la forza e le competenze per chiedere aiuto. Ci si lamentava, ma ci si credeva impotenti.
Fino al 2006 quando questi cinque ragazzi, non del paese, hanno deciso che questo spreco doveva finire.
E si sono rimboccati le maniche.
E hanno parlato col Sindaco che ha dato il permesso di fare i lavori ma pochissimi soldi, che già eravamo in clima di tagli alle amministrazioni locali.
E si sono messi a scavare, tagliare, fare impianti, picconare, tinteggiare, levigare.
Io me li ricordo bene quei giorni.
Belvetta era piccola quando nell’estate del 2008 sono iniziati i lavori più grossi ed evidenti, e passeggiando la sera io e mio marito entravamo a vedere come andavano le cose per questi ragazzi impolverati, coperti con le mascherine, che cercavano ristoro in una birra fresca alle dieci di sera al “Bar Teatro” per poi continuare a lavorare fino a notte fonda.
Mi ricordo le risate, gli accidenti, il parquet da levigare e i mattoni da portare. Mi ricordo i cartoni di pizza vuoti, i sorrisi quando chiedevamo “Possiamo entrare?” e la loro disponibilità a raccontare.
E mi ricordo la sera dell’apertura.
Quei cinque bellissimi ragazzi finalmente “a viso scoperto” (dalla polvere) che ci aspettavano emozionati all’ingresso.
Una serata stupenda.
L’emozione di mio suocero che andava da bambino ad aiutare lo zio che curava le proiezioni. Lo stesso zio che poi, dopo la guerra, migrò a Milano e andò a lavorare in Rai. Per mio suocero rivedere le vecchie locandine appese, rimettere i piedi su quelle pietre è contato in un modo che questi ragazzi forse non sapranno mai.
A me si sono illuminati gli occhi.
Per il gioiello architettonico, per il lavoro che avevano fatto, per la passione e l’amore di cui questo lavoro si è nutrito.
E poi le bellissime rassegne che hanno portato in un paesino di 6000 anime (frazioni incluse) il Teatro del Carretto, lo spettacolo “Stasera Ovulo” e poi jazz, Shakespeare e tanto tantissimo altro.
Ora tutto questo rischia di finire, a causa della defezione di alcuni sponsor e di politiche culturali provinciali che stanno ignorando questa esperienza, e il mio più grosso rammarico è di avere permesso ai miei sensi di colpa (lasciare un marito solo la sera con una bimba piccola per “un divertimento”?!!? imbecille che sono!) di fermarmi, di impedirmi di andare agli spettacoli.
Beh…i sensi di colpa e un po’ di sf…ortuna visto che le due volte in cui avevamo deciso di andare (una avevo anche prenotato) la nana si è ammalata. Lo so…devo ancora farmi il viaggio a Lourdes…
Comunque non sono mai andata e anche oggi, presa fra i piatti da lavare e Belvetta in pieno “attività-mood” non ho avuto il fegato di mollarla al papà per andare a visitare il teatro aperto al pubblico.
Ma ora basta!
Domenica prossima ci sarò perchè questi ragazzi meritano, questo teatro merita, IO ME LO MERITO.
Nicolò, Rita, Sara, Andrea, Riccardo…aspettatemi, arrivo!

L’articolo uscito su Repubblica.it lo trovate qui.
Qui il podcast dell’intervista fatta su Radio 1 dai “ragazzi del TS”.
E se potete, recuperate anche D-La Repubblica del 15 ottobre: troverete un articolo eccezionale.

Un grazie speciale ad Antonella Questa che mi ha messo a conoscenza dei problemi del Teatro Sociale visto che dati i nostri recenti “problemucci” famigliari sono fuori dal mondo come in pochi periodi della mia vita.

Commenti

  1. Ma che bellissimo post grazie di aver raccontato questa storia!

  2. Adoro questi teatri e i cinema parrocchiali. Anzi, per un periodo ci ho anche lavorato. Ho assistito a tanti spettacoli bellissimi e ho visto tantissimi film in quel periodo.

  3. questa storia coincide con il mio teatro. quello della mia tesi di laurea. quello che due anni di ricerche mi hanno fatto portare alla luce la sua storia. e mi emoziono. addirittura in quello del mio paese oltre ai veglioni di carnevale si svolgevano anche le feste di matrimonio. 2 anni di interviste, di ricerche porta a porta, sfogliando giornali antichi, vecchi ricordi. il teatro è lo specchio di una città e bisogna tenerlo sempre in vita a qualsiasi costo.

  4. molto bello questo articolo, riuscire in queste battaglie è sinonimo di grande modernità: spero riusciate a fare qualcosa tutti insieme, io se passo lì un saltino ce lo faccio.

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